Un modo infame di usare il cibo – Wolf Bukowski e Lorenzo Declich – audio e materiali

Clicca qui per ascoltare l’audio della serata

Qui sotto invece una serie di materiali che abbiamo proposto come introduzione:

Per Farinetti il conflitto è incomprensibile: “Non capisco perché [i sindacati] stiano creando enormi problemi” dice riferendosi alle assunzioni a tempo determinato di Eataly Bari.

Cambiando il luogo e le vittime del suo potere la situazione non cambia: il conflitto deve essere rimosso, o almeno spostato in un altro campo. In questo caso dalla televisione all’aula del tribunale, con il tanto caro utilizzo politico delle denunce (ne sappiamo qualcosa anche noi). Wolf Bukowski ne La danza delle mozzarelle smonta lo storytelling di Farinetti e della sua creatura, Eataly, ma allarga poi il discorso ne La santa crociata del porco: dove Nicola Porro si auspica “10.000 Farinetti” per riuscire a pagare gli ospedali (sic!), Wolf già descrive il loro proliferare. Non importa con quali mezzi, dove o spremendo cosa: l’importante è fare profitto, celandone i danni collaterali dietro un sorriso. Ma il sorriso dei padroni è solamente una doppia fila di denti, come scrive Alberto Prunetti su Giap, un gesto d’ordinanza per nascondere lo sfruttamento.

Mercoledì Lorenzo Declich ha commentato così la notizia dell’abbattimento della Moschea di Mosul da parte di Daesh:

A conferma del fatto che la moschea di Mosul per loro era solo un set – poi hanno usato il chroma key. Di islamico hanno solo il brand, il resto è mafia e crimine organizzato. Maledetti.

La creazione di brand a partire dall’islam non è però sola prerogativa dei terroristi dello Stato Islamico, che a loro volta hanno imparato da altri (come l’Imam Muda di cui si parla ne L’islam nudo). Come non è prerogativa degli imprenditori musulmani fare profitto nel “nuovo” mercato di un miliardo e mezzo di consumatori: i prodotti finanziari islamicamente corretti o le merci halal attirano molti, perché il brand che li accomuna permette di identificarsi nell’appartenenza religiosa. Di islamico, in questo mercato, non esiste nulla: non sono musulmani gli operatori, ciò che è halal viene deciso non dal pubblico (ulama, università islamica, comunità dei credenti) ma dall’economia e dai governi interessati al profitto. Una svolta globalizzata e liberista, che sacrifica tutto al capitalismo. Lorenzo Declich ha scritto molto in proposito sul suo blog (da cui abbiamo tratto l’immagine) prima di convogliare tutte queste riflessioni ne L’islam nudo.

Così ci accoglie il sito di Slow Food. Ma come sottolinea Wolf Bukowski ne La danza delle mozzarelle, Slow Food ha partecipato ad Expo ed ha rapporti organici con aziende parte della Grande Distribuzione Organizzata, che creano proprio la standardizzazione dei gusti e delle culture, della produzione e della distribuzione. Allo stesso modo, a migliaia di km di distanza, nascono progetti “il cui scopo non è più garantire un prodotto in quanto halal, ma produrne di nuovi, sostituendoli a quelli ‘non islamici’ […] un vero e proprio nuovo mondo di prodotti islamicamente corretti parallelo a quello dei prodotti non-halal”*, che spazzano via le tradizioni ed il diritto all’auto-regolamentazione delle comunità dei credenti, escludendo così i prodotti locali in favore di quelli “certificati”.
Ma questi marchi sono realmente simbolo di prodotti più “puliti”, aderenti ai principi che li ispirano? Ma soprattutto, se i meccanismi decisionali avvengono nella catena di produzione e distribuzione, cosa può fare il consumatore?

Le strutture economiche ne plasmano l’immaginario e ne orientano il gusto; il suo potere d’acquisto è sempre più modesto, e la riorganizzazione urbanistica della vita cittadina attorno alle esigenze delle catene commerciali fa il resto: può davvero scegliere dove e come fare la spesa?**

* Voce “Economia” in Lorenzo Declich, Islam in 20 parole, Laterza 2016
** Wolf Bukowski, La santa crociata del porco, Alegre 2017

La “merenda alla mortadella” unge di razzismo e islamofobia le pagine dei giornali

[…] la critica non può essere ridotta al semplice debunking delle fake news razziste, ma deve mostrare ogni volta come si sia arrivati fin lì, socialmente ed economicamente. Perché lo ‘scontro di civiltà’, anche nella sua variante alimentare, non è che l’incubo partorito da una società che non riconosce lo scontro di classe. Ecco perché vi proponiamo un estratto dal terzo capitolo del libro di Wolf, intitolato ‘Le ricette dello chef a cinque stelle’, dove si racconta di un’altra vicenda, accaduta a Rovereto.

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